Traduzione


Liturgia del giorno

STATO DELLA PARROCCHIA DELLA MARINA DI SIDERNO

  1. Numero delle anime 2500.
  2. II Titolo della suddetta Parrocchia é di Santa Maria di Portosalvo.
  3. La Congrua della stessa nel principio di sua istituzione fu fissata nello stato discusso di questo Comune per ducati 100. Adesso il Consiglio Municipale considerando che il Comune di Siderno è povero, così detta congrua fu stabilita a ducati sessanta 60 annui.
  4. La succennata Parrocchia non ha alcun altro cespite di rendita né in fondi rustici, né urbani.
  5. II mantenimento della Chiesa, cera, olio, sagrestano, etc. dipende dalla carità ed elemosina de’ fedeli. Niente più, niente meno.

 

Fatto oggi lì 27 luglio 1862

Giuseppe Sarroino Economo Curato

 

Relazione stringata, come si vede, ma conforme ad una condizione economica molto stretta. Crescevano, invece, la qualità delle manife­stazioni culturali e la venerazione verso la Beatissima Vergine, alla quale sì riconoscevano, di giorno in giorno, attenzioni particolari in favore del popolo sidernese ed interventi prodigiosi. Alla sua benevo­lenza veniva attribuita, in maniera specifica, la tutela del paese dall’e­pidemia di colera del 1866-67, e di ciò è possibile cogliere l’eco addirit­tura nei versi del contemporaneo poeta dialettale locrese Cola Napoli:

Puru Siderni s’ha portatu beni

Di Portusarvu la Meraculusa,

Ca lu primu postu nta lu celu teni.

Intanto, a reggere la chiesa era stato chiamato, il 14 maggio 1862, con il titolo di economo, don Giuseppe Sarroino. Questi fu nominato parroco il 19 marzo 187442 e resse la parrocchia fino alla morte, avvenuta il 3-8-1886, a 66 anni. L’ 11 dicembre di quell’anno, a succedergli, fu trasferito da Mam­mola il parroco della B.M.V. del Carmelo, don Nicodemo Ferrari. Nel 1882 si erano assunte le prime iniziative per la costituzione di una confraternita intitolata alla Titolare della parrocchia.
E’ il caso, a questo punto, di tornare sull’altro grosso problema della Marina, quello della costruzione di una nuova e più capiente chiesa.

Si è già detto delle intenzioni proclamate a più riprese, sia da parte laica che da parte ecclesiastica, nei decenni precedenti. Sappiamo anche che era stato scelto un suolo “nel fondo attualmente [1857] posseduto dal Cav. D. Giovanbattista Correale” e che una sottoscrizione aperta nel 1857 aveva fruttato impegni precisi per 660 ducati. Di concreto, però, non si era fatto niente. Il problema fu risollevato a partire dal 1870 e tutta una serie di deliberazioni e documenti vari è negli archivi a testimoniare come sembra che da sempre qualcuno o qualcosa cinicamente si diverta a ren­dere oltremodo difficoltosa la realizzazione delle opere pubbliche nel nostro paese. Ricordo, tanto per citare, le deliberazioni consiliari del 28-4-1870, del 5-5-1874, del 2-5-1878, del 9-2-1891, dell’11-11-1897, del 22-12-1898: in tutte si riconosce l’inderogabilità della nuova costruzione; si for­mano commissioni; si acquisiscono pareri; si scelgono suoli; si cede, però, anche alla demagogia (come quando, sotto la spinta dei muratori che chie­dono lavoro, e su proposta del consigliere Giuseppe Romano – quello a cui bisogna in buona parte attribuire il “merito” della demolizione dell’antica torre di guardia – si distraggono i fondi già accantonati per la costruzione della chiesa parrocchiale e li si utilizzano per completare la chiesa del Carmine) e si discute – ancora – se sia meglio ampliare la vecchia chiesa o costruirne una nuova. Il momento buono sembrò arrivato allo spirare del secolo. Il 2 marzo del 1899 il Consiglio Comunale diede il parere definitivo per costruire la nuova chiesa (che sarebbe stata intitolata al SS. Redentore, “dal nuovo secolo a Lui dedicato”) nella piazza del Popolo (alle spalle dell’attuale Palazzo Municipale), e la prima pietra fu benedetta dal vescovo Mangeruva il 5 luglio 1900, ma i lavori di costruzione furono interrotti appena qualche mese dopo l’inizio, per non essere mai più ripresi; si ha anzi notizia che nel 1903 ci si era di nuovo orientati ad ampliare la ad ampliare la vec­chia chiesa. Alcuni avvenimenti verifìcatisi nei primi anni del nostro secolo può darsi che abbiano in qualche modo contribuito a ritardare ulteriormente la soluzione del problema: in primo luogo, la lunga lite seguita alla decisione dell’Amministrazione Comunale (28-4-1901) di non versare più la con­grua; poi, la traslazione da Siderno Superiore alla Marina della parroc­chia di S. Maria dell’Arco (gennaio 1909). Per quest’ultimo fatto, la chiesa di Portosalvo divenne matrice ed il suo parroco ebbe il titolo di arciprete, ma tutto ciò non valse davvero ad affrettare la soluzione dell’annoso pro­blema in discussione, né, a causa degli eventi bellici ben noti, fu più favo­revole l’epoca successiva.

Nel 1919 l’arciprete Ferrari si dimise per motivi di salute e fu chia­mato a succedergli monsignor Vincenzo Raschellà (27-10-1920), il quale mise il problema della chiesa al primo posto del suo programma di lavoro e non esitò ad usare toni da crociata per sollecitarne la soluzione. Dio lo vuole, è, infatti, intitolato l’appello da lui diffuso nell’ottava della festa del 1920, un appello vigoroso e sostenuto da fiducia, inteso a far riprendere i lavori interrotti in piazza del Popolo. Ma su quel suolo si stava già pensando di costruire qualche altra cosa. Fu così che, su inizia­tiva dell’ex sindaco Pietro Campoliti, fu rispolverato il vecchio proposito di costruire la nuova chiesa sullo stesso suolo della vecchia (considerata in condizioni precarie il 18 gennaio 1923 in una relazione del Genio Civile). Il progetto, redatto dall’ing. Pietro Bruni dell’Ente Edilizio di Reggio Cala­bria, fu approvato dal Ministero dei LL.PP. il 16 novembre 1923. Neppure con tale progetto si passò alla fase esecutiva, anzi, avendo nuovamente deciso – tra vivaci polemiche – per una costruzione exnovo e più grande, ci si indirizzò sul sito attuale, ma fu necessario redigere un nuovo progetto, che fu affidato all’ing. Giuseppe Foderaro.
Superati i moltissimi ostacoli che giorno dopo giorno incredibilmente si presentavano, finalmente, il 14 agosto 1929, la ditta Benvenuto (poi sostituita dalla ditta Polverari) aprì il cantiere e diede inizio ai lavori, che, però, procedettero tra polemiche sempre più roventi e con una tale len­tezza che il 15 maggio 1934 mons. Raschellà ritenne di convocare una pubblica assemblea per fare il punto della situazione.

Nella relazione ivi tenuta, l’arciprete si difese prima di tutto dalle accuse che gli venivano rivolte di essere lui a ritardare l’esecuzione dei lavori per la pretesa di introdurre modifiche in corso d’opera, nel tentativo di ampliare il progetto iniziale con la costruzione dell’abside, l’innalzamento della cupola, l’apertura di una cappella laterale . . . Tali responsabilità venivano da lui accettate: egli – a suo dire – interferiva con buone inten­zioni, per far sorgere il tempio più grande e più maestoso, ma – sempre a suo dire – i ritardi erano da addebitare all’inefficienza della ditta appalta-trice ed al direttore dei lavori, sempre assente.
Neppure le sollecitazioni nate dall’assemblea, in una situazione resa più precaria dagli avvenimenti politici e militari incombenti, produssero l’ultimazione dei lavori. La costruzione della chiesa, seppure posta in cima ai suoi pensieri, non aveva costituito l’unico obiettivo del programma del battagliero arci­prete, né ne aveva assorbito tutte le energie. Monsignor Raschellà acca­rezzava il segreto pensiero di ottenere per la sua chiesa il titolo di santuario: da qui la cura e l’attenzione a creare le condizioni favorevoli per il soddisfacimento di tale aspirazione. E’ anche questo aspetto che bisogna “leggere” nella solenne manifestazione della Pontifìcia Incoronazione della Immagine di Maria SS. di Portosalvo, celebrata, l’8 settembre 1923, tra una folla incontenibile e plaudente, con l’intervento di mons. G.B. Chiappe, vescovo diocesano, assistito dai confratelli di Bova, mons. A. Taccone, e di Squillace, mons. A. Melomo, e da mons. G. Mittiga, abate di Polsi. Nella stessa circostanza fu celebrato un notevole Congresso Eucaristico – Mariano e fu fondato il Bollettino parrocchiale, unico, nella nostra diocesi, a vivere una vita ininterrotta di più di sessanta anni. Fu così che, in diversi tempi, furono offerti o comunque acquisiti:

  • dei candelabri in bronzo dorato (dono di Giuseppe Balzamo);
  • una croce romana (dono di Gaudenzio Giacon);
  • un ostensorio “di stile bizantino” (dono di Giuseppina Bello);
  • una pisside d’argento (dono di Gina Macedonio);
  • i quadri della Via Crucis (artistica riproduzione della Via Crucis di casa Alinari di Firenze, del Tiepolo; dono di Nicola Albanese);
  • l’altare centrale (dono della famiglia Campoliti Corigliano);
  • la balaustra della navata centrale (dono di Vincenzo Macedonio);
  • il pulpito marmoreo (dono di Carlo Caricari e di fedeli emigrati negli Stati Uniti) ;
  • il fonte battesimale (dono di Giuseppe Errigo) ;
  • le acquasantiere (dono dei coniugi Letizia) ;
  • le croci della consacrazione (dono di Giovannina e Domenico Correale Santacroce) ;
  • quattro nuove campane;
  • un quadro di S. Giuseppe (copia da G. Reni, eseguita a Torino da E. Mastromatteo; dono di Giuseppe Abbruzzini);
  • la porta centrale ed una laterale (dono di Teresa Roccisano).

Si trattava di un corredo – come si può intuire ed in gran parte ancora oggi osservare – molto dignitoso, scelto con gusto e – soprattutto – offerto con viva devozione. Purtroppo, era l’edificio destinato ad accoglierlo che tardava ad essere ultimato, senza ragioni comprensibili. Meno di tutti accettava di comprendere l’arciprete Raschellà, il quale, constatata l’inuti­lità delle proteste verbali, decise finalmente, di passare ai fatti. Fu così che, “procuratasi” un’ordinanza municipale (15 luglio 1944 Sindaco A. De Leo) che dichiarava inagibile e pericolosa la vecchia chiesa, il 20 luglio 1944 egli “occupò” il non ancora ultimato edificio della nuova chiesa, trasferendovisi con stole e candele ed adibendolo immediatamente al culto divino.
Fu un’iniziativa coraggiosa, probabilmente l’unica utile a sbloccare definitivamente la situazione. E’ vero che alcune parti della chiesa, appena abbozzate – quali il campanile e la cupola – ed allora coperte prov­visoriamente, non saranno mai più ultimate, ma è anche vero che in tal modo la chiesa potè finalmente incominciare ad essere frequentata e, nel tempo, essere portata alle condizioni attuali, abbastanza dignitose.
E la vecchia chiesa? Essa, dopo aver ospitato per almeno tre secoli i fatti salienti della vita della nostra Marina, si prestò a rendere, con somma umiltà e modestia, ancora un servizio ai Sidernesi, diventando “cava” di tutto il materiale utilizzabile per la nuova chiesa. Ridotta, infine, a puro scheletro, ne fu ordinata la definitiva demolizione, pietosamente comple­tata tra la fine del 1945 ed i primi giorni del 1946. Dov’erano i suoi muri, fu disegnata una piazzetta, al centro della quale, nel 1959, fu innalzata, a ricordo, una bianca colonna di marmo con una statua della Madonna e la seguente iscrizione:

I SIDERNESI RICORDANO

QUESTO LUOGO SACRO

DOVE SORSE LA PRIMA

CHIESA PARROCCHIALE

 

© A cura del Prof. Enzo D’Agostino

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