L'erezione della confraternita fu annunziata dal vescovo Francesco Saverio Mangéruva nella relazione adlimina dell'8 febbraio 1882: Pro alio [laicorum sodalitio] erigendo a nomine S.M. de Portu Salvo, diligens accuratumque statutum examen duobus Cathedralis Ecclesiae canonicis, iuxta Clementis XIII decreta, commisi. . .
Del probabile statuto di cui è cenno nella relazione esiste una copia non datata nell'Archivio Vescovile. Esso era stato redatto "in conformità del R.D. del 1816 tuttora in vigore" e per la sua approvazione ci furono delle difficoltà, tanto che la si potè ottenere soltanto il 20 giugno 1901. Quello statuto non fu tuttavia definitivo, essendocene un altro, revisionato dall'assemblea dei confratelli il 24 maggio 1904 e munito del "vidi-mus" del Vescovo il 19 novembre dello stesso 1904.
La vita della confraternita non fu tranquilla. Insorti contrasti con l'arciprete Ferrari, il 2 marzo 1911, a richiesta del "moderator", architetto Bruno Romeo, il vescovo Delrio concesse la facoltà di allogare il sodalizio nella chiesa-baracca donata dal S. Padre Pio X ed eretta accanto all'Istituto delle Suore Immacolatine. Le difficoltà aumentarono durante la grande guerra, per la lontananza di molti confratelli. Nel giro di qualche anno furono accumulati debiti per complessive lire 1.600, e dovettero crearsi anche incomprensioni con le suore, le quali reclamavano la chiesetta per le proprie esclusive esigenze.
Provvidenziali, ma non risolutivi, furono i contributi elargiti dal Papa (L. 1.000) e dal Vescovo (L. 2.000), tanto che nell'assemblea del 21 ottobre 1917 (ad una precedente, il 14 dello stesso mese, erano intervenuti soltanto dieci confratelli e la seduta era stata dichiarata deserta), fu avanzata la proposta di tornare nelfa chiesa di Portosalvo; le Suore Immacolatine avrebbero avuto la piena disponibilità della chiesa-baracca e degli arredi acquistati dalla confraternita (armonium, sedie, pergamo, confessionale, campane, . ..), ma si sarebbero dovute accollare il debito di 1.600 lire. Non se ne fece nulla.
Nuovi problemi insorsero a causa dell'incendio che la notte del 18 aprile 1922 distrusse completamente la chiesa-baracca. La confraternita tirò su una chiesa provvisoria (una nuova baracca o un locale di fortuna?), ma si ritrovò spogliata di tutto e "poverissima".
Il 19 gennaio 1924, il Consiglio di Amministrazione (era priore il signor Giuseppe Caridi) decise di rinnovare alla S. Sede la richiesta di avere dei nuovi arredi sacri, in sostituzione di quelli perduti nell'incendio, e di rivolgere al Governo un appello per la ricostruzione in muratura della chiesa. Tra queste vicissitudini va inserito anche il tentativo dell'arciprete Raschellà di ristabilire il rapporto gerarchico con il sodalizio e di adeguarne lo statuto alle nuove esigenze. E' quanto si legge nella seguente istanza, indirizzata al vescovo G.B. Chiappe nel 1926: Ill.mo e Rev.mo Mons. G. Battista Chiappe Vescovo di Gerace.